I Fari di #vitadagara: Guareschi, l’amico della verità

Estate 1993, ore 15:00:

un ragazzino che ha appena compiuto 11 anni si trascina lentamente dentro casa perché fuori è troppo caldo e vaga senza una meta precisa.

“Nella notte” – l’ultima traccia di “Nord sud ovest est”, il mitico album degli 883 – è appena terminata nel suo walkman.

Spegne. Silenzio.

Adesso sì che non sa più cosa fare. Almeno con la musica i suoi pensieri potevano viaggiare un po’.

Da qualche settimana non si diverte più nemmeno con i suoi giocattoli preferiti.

Sta crescendo.

“Mamma” chiede senza enfasi “cosa posso fare?”.

Lei, che dalla sua poltrona ha visto tutta la scena, sorridendo gli porge un libro. “Leggilo, non te ne pentirai”.

Il ragazzino lo prende, legge il titolo e, con la smorfia da tipico preadolescente, sbuffa: Il destino si chiama Clotilde. Cos’è? Una storia d’amore?”.

“Fidati”.

Lo sfoglia svogliatamente.

Ancora oggi non sa perché i suoi occhi si sono fermati sulla pagina che riporta l’elenco cronologico delle opere dell’autore.

Forse per caso, o forse no.

Fatto sta che, in quell’elenco, il libro che ha in mano viene definito così: “Decisamente umoristico. Talvolta violentemente umoristico. Scritto con l’intenzione di tenere un po’ allegro il lettore.”

Violentemente umoristico.

“Come diamine fa un libro ad essere violentemente umoristico? Con quel titolo, poi…” pensa, mentre si sta sedendo per iniziare curioso la lettura.

Tre ore dopo – questo è stato il tempo impiegato per divorare il libro più divertente che abbia mai letto nella sua vita – va da sua madre e gli chiede: “Mamma, hai altri libri di Guareschi?”.

Ecco, questo è il fedele racconto del primo “incontro” di quel ragazzino con il più grande scrittore italiano.

Inverno 2006, ore 22:00 circa.

Un laureando in giurisprudenza di 24 anni si sta scervellando, da diverse settimane, per trovare l’argomento della sua tesi. Gli mancano pochi esami alla fine di quel fantastico percorso universitario, ma ancora non ha una chiara idea di come concluderlo.

Sa solo una cosa: non vuole finire il suo percorso con un lavoro banale. Vuole metterci del suo e vuole scrivere la tesi nella materia che più gli piace: diritto penale.

Ad un certo punto, improvvisamente, una lampadina si accende nella sua testa: “Se chiedessi al professore di fare un lavoro unico in Italia? Se mi cimentassi in qualcosa che in Italia non ha mai fatto nessuno?”.

Però ci vuole un argomento scottante, da trattare con delicatezza e con passione.

Sì, ma quale?

Comincia a girare nervosamente nella sua stanza.

Fino a quando, ad un certo punto, si blocca.

Trovato!

L’argomento è lì che lo aspetta sul suo comodino.

Silenzioso.

Così silenzioso che sta quasi urlando!

Sul comodino c’è un libro.

Il ragazzo lo afferra e legge il titolo ad alta voce: Chi sogna nuovi gerani?“.

Così si intitola l’autobiografia di Giovannino Guareschi.

È l’anagramma del suo nome.

Quel libro significa molto per lui.

Contiene la vita di Guareschi, raccontata da Giovannino.

Negli anni ha letto tutti i suoi libri: è il suo scrittore preferito.

Leggendo Chi sogna nuovi gerani? ha scoperto che la sua non fu una vita rosa e fiori, ma fu piena di fatiche, dolori ed esperienze dure.

L’uomo che inventò i personaggi di Peppone e Don Camillo è stato addirittura internato in Lager nel 1943 con gli IMI (Internati Militari Italiani) e andò in carcere a Parma nel 1954.

Il carcere? Sì.

Che cosa successe?

Nel gennaio 1954 Giovannino, che era il direttore del giornale denominato Candido, scrisse un articolo con un giudizio politico molto duro nei confronti di Alcide De Gasperi. Per avvalorare la sua tesi pubblicò due compromettenti lettere autografe – entrambe datate 1944 – attribuite a De Gasperi.

Questi documenti non furono pubblicati con leggerezza.

Il materiale, infatti, fu mandato alle stampe da Guareschi solo dopo aver ottenuto una dichiarazione di autenticità delle firme da parte di un perito calligrafico del Tribunale di Milano.

A seguito della pubblicazione Giovannino fu querelato da De Gasperi “con ampia facoltà di prova”.

Nel procedimento, però, l’ampia facoltà di prova non fu effettivamente concessa perché gli furono negate sia le nuove perizie richieste sia l’ascolto di testimoni a suo favore.

Il Tribunale decise basandosi esclusivamente sulle testimonianze a favore di De Gasperi, sul suo alibi morale e sul suo giuramento relativo alla falsità delle lettere. Il collegio giudicante si espresse così: “le richieste perizie chimiche e grafiche si appalesano del tutto inutili, essendo la causa sufficientemente istruita ai fini del decidere“. In pratica, le uniche prove accettate furono le parole di De Gasperi, che ovviamente dichiarava che quelle lettere erano assolutamente false.

Guareschi, dopo la condanna, fece una cosa senza precedenti: non fece appello.

Scrisse: “No, niente Appello. Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stato dato ingiustamente“.

Fu il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Ma vi è di più. Alla pena fu accumulata anche una precedente condanna ricevuta nel 1950 per vilipendio al Capo dello Stato, quando era stato rinviato a giudizio per una vignetta satirica sul presidente Einaudi.

Così, si trovò a scontare 409 giorni in carcere insieme ad assassini e criminali di ogni sorta e sei mesi in libertà vigilata.

Questa è l’estrema – estremissima – asciutta sintesi della triste vicenda giudiziaria subita da quest’uomo.

Ma ora torniamo al ragazzo che sta ragionando sulla sua tesi.

Emozionato alla sola idea di poter lavorare su un caso del genere, prende il suo PC e scrive una mail ai figli dello scrittore.

Non avrebbe mai intrapreso una strada del genere senza il loro consenso.

Alberto e Carlotta Guareschi, inaspettatamente, rispondono subito invitandolo da loro a Roncole Verdi, la loro casa/archivio per parlarne.

Lo accolgono a braccia aperte e lo incoraggiano a lavorare su quell’argomento.

Nessuno al mondo, prima di lui, aveva mai scritto una tesi in giurisprudenza su quella vicenda!

Il ragazzo, con il cuore alla gola, si reca timoroso dal suo professore di Diritto Penale, Gaetano Insolera, per esporgli il suo progetto. L’accademico, dopo averlo ascoltato attentamente, gli propone questo titolo: “Diffamazione e diritto di critica storica e politica: il caso De Gasperi Guareschi.

Il giovane, letteralmente entusiasta, inizia a lavorarci incessantemente e, nel dicembre 2007, si laurea a pieni voti!

Se non l’hai ancora capito, te lo svelo ora: quel ragazzo ero io!

Perché ti dico tutto questo?

Perché Giovannino per me è un Maestro.

Quando parlo o scrivo di lui ho sempre un grande pudore: si tratta del più grande giornalista e scrittore italiano.

Non è una mia convinzione. I fatti parlano.

Poi, è un innamorato della Verità.

Per amore della verità e della libertà Giovannino, ad un certo punto della sua vita, ha preso “senza esitare la via della prigione.”

Era un appassionato della verità assoluta, quella che ti fa prendere decisioni difficili.

Questo attaccamento alla verità lo ha reso un uomo libero.

Giovannino Guareschi, da bambino, stampò nel suo cuore questa consegna della sua maestra: “Devi dire sempre la verità“.

Una frase semplice, categorica e quasi impossibile da rispettare alla lettera. Questa frase fu il faro che illuminò tutta la sua vita.

Chi lavora negli appalti, come me, sa che su questa frase si basa tutto il nostro lavoro.

Alla Pubblica Amministrazione non puoi – e non devi – mentire.

Le conseguenze sarebbero devastanti.

Per il rappresentante legale, per l’impresa in cui lavori, per tutti.

Chi lavora in un ufficio gare ha tanto da imparare da Guareschi. Anche dal punto di vista dell’umorismo. Perché si può lavorare seriamente, e bene, anche cercando di sorridere e di far sorridere.

Pertanto, il consiglio che dò a tutti i membri della community è: leggete Guareschi. Scoprirete un faro per la vostra #vitadagara.

P.s.

Ringrazio Alberto Guareschi, figlio di Giovannino e fratello dell’indimenticabile Carlotta, e l’Archivio Giovannino Guareschi di Roncole Verdi (PR) che mi hanno gentilmente concesso l’utilizzo di questa bellissima foto.

La foto è stata scattata da Giuseppe Palmas nel 1950 e ritrae tutta la famiglia Guareschi.

Sarò eternamente grato a questa famiglia, perché mi ha sempre supportato e mi ha sempre voluto bene.

P.p.s.

Se volete saperne di più sul mondo di Giovannino Guareschi contattate il Club dei Ventitré, associazione culturale apolitica ed apartitica, senza scopo di lucro, che promuove la conoscenza di Giovannino Guareschi.

Si trovano a Roncole Verdi (PR) ed accolgono i visitatori alla Mostra antologica “Giovannino nostro babbo” (sono possibili visite libere, guidate, didattiche); organizzano visite particolari all’Archivio Guareschi condotte da Alberto Guareschi; forniscono materiale a studenti, giornalisti, ecc., affiancando studenti durante tirocini formativi; organizzano Caffè Letterari e l’Assemblea ordinaria dei soci del Club una volta all’anno.

Collaborano con il Comune di Busseto (il “Borgo grosso” di Giovannino) per promuoverne il territorio, nel cuore del Mondo piccolo letterario.

I soci del Club dei Ventitré versano la quota annuale di € 40 che comprende l’invio di 3 numeri del “Fogliaccio”, il loro organo informativo curato da Alberto Guareschi, ricevono la tessera annuale e partecipano all’assemblea ordinaria che si svolge il primo sabato di Aprile -situazione sanitaria permettendo.

Sono iscritti alla newsletter “guareschiana” che prevede l’invio di articoli, segnalazioni e informazioni su eventi presso di loro o organizzati da altri “guareschiani”.

Ti aspettano presso la loro sede tutti i giorni dalle 9.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00 (Domenica dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 17.00), rispondono al numero di telefono 0524/204222 e all’indirizzo clubdeiventitre@gmail.com.

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